Retta casa di riposo non pagata: l’anziano può essere dimesso ?

Nel caso in cui l’inserimento dell’anziano in struttura sia stato disposto con atto amministrativo in seguito a valutazione da parte dell’Unità Valutativa Multidisciplinare e multiprofessionale (U.V.M.D.), il provvedimento con il quale la struttura, ove è ricoverato l’anziano in mora nel pagamento della retta, dispone la dimissione è illegittimo per incompetenza e/o carenza di potere: l’unico soggetto competente in tal senso sarebbe lo stesso soggetto che ne aveva disposto l’inserimento dal momento che la convenzione non può prevedere per la dimissione modalità diversi da quelle stabilite per l’inserimento.

Come noto, infatti, l’U.V.M.D. è quella commissione composta da un gruppo di professionisti socio-sanitari presente nel Distretto che, dopo una valutazione di tipo multidimensionale (che prende cioè in considerazione gli aspetti sanitari, familiari, sociali ed economici) dell’utente, produce un documento attraverso il quale viene definito un progetto individualizzato anche, e soprattutto, sotto il profilo sanitario-

retta casa di riposo non pagata

A fronte di un così complicato meccanismo, una convenzione che consentisse la dimissione per mancato pagamento della retta, senza alcun riguardo alla necessità o meno, sotto un profilo sanitario e sociosanitario, della degenza in RSA sarebbe, in primo luogo censurabile in quanto assolutamente irragionevole.
Ammesso, e non concesso, che di dimissione per morosità possa parlarsi, la stessa, eventualmente, dovrebbe essere deliberata dalla Commissione di valutazione che ne aveva disposto l’inserimento con le stesse garanzie adottate, quindi, in sede di inserimento valutando, appunto, la sussistenza delle condizioni cliniche e socio assistenziali per la dimissione dell’ospite-

Una simile azione, inoltre comporterebbe la commissione del reato di abbandono di persona incapace di cui all’art. 591 C.P. da parte dell’amministrazione che l’ha autorizzata ed eseguita.
La Corte di Cassazione ha chiarito, infatti, che la condotta criminosa di abbandono di incapace “consiste nel lasciare la persona in balia di se stessa o di soggetti inidonei a provvedere adeguatamente alla sua custodia ed alla cura o, comunque, insufficienti allo scopo, in modo tale che derivi un pericolo per la incolumità personale”: dimettere una persona non autosufficiente senza una alternativa di cura adeguata alle sue peculiari condizioni cliniche affidandola a parenti assolutamente privi delle necessarie competenze e conoscenze non significa, forse, rendersi responsabile del reato di cui all’art. 591 c.p.?

Occorre, inoltre, evidenziare che la RSA non ha rapporti contrattuali con l’utente, che gode di un servizio pubblico, ma con l’ente convenzionato.
L’utente, in sostanza, non ha contrattato il prezzo della prestazione sanitaria di assistenza con la RSA convenuta, disponibile ad offrire tale servizio, nell’ambito di un normale rapporto sinallagmatico di tipo contrattuale, bensì è stata inserita nella RSA in quanto avente diritto, avendone tutti i requisiti previsti dalla legge, ad una particolare prestazione socio-sanitaria (ricompresa nei cosiddetti LEA), prestazione che per legge l’ente pubblico gli deve garantire, anche se può farlo direttamente oppure mediante strutture private all’uopo convenzionate.
“Non è ravvisabile tra le parti alcun ‘contratto di ospitalità’ di tipo privatistico, in quanto la fonte del rapporto giuridico tra Rsa ed assistito è l’atto pubblico di inserimento del soggetto non autosufficiente nella struttura di cura ad opera del servizio sociale” (Tribunale di Firenze, sentenza n. 3892/2013).
Di conseguenza, se è vero che la RSA esercita un pubblico servizio sulla base della convenzione previamente stipulata con l’ULSS e con il Comune, i “guadagni” che ne conseguono per la struttura assistenziale originano da un rapporto di diritto pubblico e sono, quindi, estranei al rapporto che viene ad intercorrere tra la RSA e l’utente fruitore del servizio.

La prestazione, in altre parole è dovuta in virtù di un obbligo istituzionale e non può trovare la sua fonte in un accordo tra privati.
Non sussiste alcun dubbio in ordine al fatto, infatti, che una tale normativa rientri nell’ambito della normativa d’interesse pubblico che assicura ai cittadini le prestazioni socio-sanitarie necessarie, da garantirsi su tutto il territorio nazionale, in applicazione concreta dell’art. 32 della Costituzione.
Questa normativa non può pertanto essere violata e ciò a pena di nullità (art. 1418 c.c.).
Il diritto al ricovero e all’assistenza di un soggetto non autosufficiente non può, in conclusione, essere regolamentato da convezioni private che prevedano la dimissione in caso di morosità nel pagamento della retta in quanto lesive del diritto del cittadino a poter fruire dell’assistenza sanitaria, quale mezzo concreto di garanzia e attuazione del diritto costituzionalmente riconosciuto alla salute.

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