Conciliazione vita lavoro. Dossier di SPESLab

L’occupazione femminile italiana è in crescita, ma l’accesso al lavoro e’ ancora “questione di genere”. Sono sottodimensionate le prospettive di sviluppo e crescita professionale per le donne rispetto ai colleghi uomini. La conciliazione resta per donne, italiane e soprattutto meridionali, una dimensione di criticità ancora centrale nel loro rapporto con il lavoro. Questo il quadro delineato dal dossier di progetto SPESLab “La conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro“, di cui è disponibile ora la sintesi.

Il rapporto tra donne e lavoro continua a rappresentare uno dei coni d’ombra più significativi del sistema occupazionale italiano e ciò malgrado l’occupazione femminile sia cresciuta nell’ultimo decennio a ritmi vertiginosi.

Il bagaglio di competenze con cui le donne si presentano sul mercato si è arricchito notevolmente, rendendole una risorsa sempre più appetibile sul mercato, sempre più competitiva, sempre più, almeno sulla carta, destinata a ricoprire ruoli chiave nella crescita e nello sviluppo della regione.

E tuttavia la sensazione che si ha è che le conquiste del passato e i risultati raggiunti non bastino più, quantomeno a soddisfare quella voglia di crescere che le donne hanno. L’ancora basso livello di partecipazione che contraddistingue la nostra realtà nazionale, il contenuto tasso di occupazione, le maggiori difficoltà che soprattutto le giovanissime incontrano nella ricerca di un lavoro, testimoniano infatti come il sistema non sia in grado di rispondere adeguatamente alle richieste che provengono da questa componente della società.

Il Dossier tratta le caratteristiche del fenomeno attraverso i seguenti quattro capitoli:

  1. Cresce l’occupazione femminile, ma l’accesso al lavoro e’ ancora “questione di genere”;
  2. Il persistente divario nella qualità dell’occupazione e nella crescita professionale;
  3. Più conciliazione, più lavoro, più figli;
  4. I cambiamenti intervenuti con la rivisitazione dell’art. 9 della Legge n. 53/2000.

 

Scarica la sintesi del dossier “La conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro” sintesi_dossier_concliazione_def

Invecchiamento attivo: strategie degli stati membri

Il 2012 è stato dichiarato l’anno dell’invecchiamento attivo dalla Commissione Europea, il quale apre le porte ad un sentimento di solidarietà tra le generazioni del 2012 incentivando le parti interessate a tutti i livelli, in modo da consentire alle nostre società di affrontare l’invecchiamento attivo rafforzando il contributo degli anziani alla società e migliorando la loro indipendenza. Tale tematica viene affrontata nel momento in cui la generazione dei baby boom degli anni ‘50 si appresta ad andare in pensione, contribuendo quindi al mutamento demografico in corso. L’Unione Europea ha ritenuto pertanto necessario affrontare la transizione demografica con le relative conseguenze sociali, economiche, finanziarie e politiche. La più forte manifestazione dei valori di questa “sfida”si trova nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE con valore legalmente vincolante per le azioni intraprese da qualsiasi organo UE e applicabile anche agli Stati membri nella loro applicazione del diritto comunitario.

I processi di invecchiamento delle popolazioni si possono considerare come il risultato di una “transizione” demografica da popoli con speranze di vita relativamente basse con elevata fertilità, verso popoli con bassa fertilità (1) e alte aspettative di vita. Nei Paesi più sviluppati, l’inizio del mutamento in questione può essere collocato nel secolo XIX, in cui si riscontra un netto calo della mortalità infantile.  Gli studi hanno riscontrato che la necessità di avere meno figli ha contribuito ad incoraggiare l’istruzione femminile, accrescendo la disponibilità delle donne a cogliere le opportunità di lavoro, contribuendo a far calare il desiderio di una prole numerosa. Tali tendenze sono riscontrabili tutt’oggi nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nelle aree economiche emergenti.

Il 2012 è stato dichiarato l’anno dell’invecchiamento attivo dalla Commissione Europea, il quale apre le porte ad un sentimento di solidarietà tra le generazioni del 2012 incentivando le parti interessate a tutti i livelli, in modo da consentire alle nostre società di affrontare l’invecchiamento attivo rafforzando il contributo degli anziani alla società e migliorando la loro indipendenza. Tale tematica viene affrontata nel momento in cui la generazione dei baby boom degli anni ‘50 si appresta ad andare in pensione, contribuendo quindi al mutamento demografico in corso. L’Unione Europea ha ritenuto pertanto necessario affrontare la transizione demografica con le relative conseguenze sociali, economiche, finanziarie e politiche. La più forte manifestazione dei valori di questa “sfida”si trova nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE (2) con valore legalmente vincolante per le azioni intraprese da qualsiasi organo UE e applicabile anche agli Stati membri nella loro applicazione del diritto comunitario.

In particolare due sono le tendenze da osservare:

  1. La popolazione totale in età lavorativa (15-64 anni) dovrebbe scendere di 20,8 milioni dal 2005 al 2030, man mano che la generazione degli anni ’50 andrà in pensione, comportando implicazioni per il futuro dei posti di lavoro e per la crescita nell’UE, oltre che per la sostenibilità del sistema sanitario e di previdenza sociale, che devono affrontare un grosso divario tra esigenza di spesa ed entrate provenienti da tasse e contributi.
  2. L’aumento del numero degli anziani è destinato a crescere del 57,1% tra il 2010 e il 2030 (3), da ciò si intende che saranno presenti circa 12,6 milioni di ultraottantenni in Europa, con importanti ripercussioni sui servizi sanitari e assistenziali.

L’invecchiamento attivo rappresenta dunque lo strumento attraverso il quale l’Europa potrà affrontare il continuo e inarrestabile cambiamento demografico, da questa sfida dipenderà il suo futuro benessere e coesione sociale. I seguenti obiettivi da raggiungere, a partire dal 2012, per la sua promozione ed in linea con la Strategia Europa 2020 sono:

  • Consentire a donne e uomini di restare nel mondo del lavoro. Superando le barriere strutturali (tra cui la mancanza di sostegni per badanti) e offrendo incentivi appropriati, molte persone anziane possono essere aiutate a restare sul mercato del lavoro con benefici individuali e sistemici (4).
  • Favorire la cittadinanza attiva con la creazione di ambienti che sfruttino il contributo che gli anziani possono dare alla società.
  • Permettere alle donne e agli uomini di mantenersi in buona salute e di condurre una vita indipendente con il passare del tempo, grazie ad un approccio a un invecchiamento in buona salute per tutta la durata della vita da coniugare con un’edilizia adeguata e ambienti locali che consentano agli anziani di rimanere nelle loro case il più a lungo possibile.

L’Associazione Nuovi Lavori ha redatto, per conto di Italia Lavoro, n°5 dossier in materia di CONDIZIONI E POTENZIALITA’ PER UN “INVECCHIAMENTO ATTIVO”, affrontando, tra l’altro, la questione delle strategie intraprese dagli Stati Membri dell’UE in tale ambito.

L’UE intende promuovere l’invecchiamento attivo attraverso l’utilizzo di strumenti atti a sostenere una politica attiva per l’invecchiamento:

  • La legislazione europea e le diverse strategie, programmi, processi e iniziative europee volti a facilitare l’apprendimento reciproco tra gli Stati membri e le Regioni.
  • I finanziamenti europei attraverso i fondi strutturali e di coesione
  • Indirizzo strategico degli Stati membri
  • Ricerca e innovazione

Riguardo all’ Indirizzo strategico degli Stati Membri, a partire dalla fine degli anni 90, molti Stati membri (e non solo) hanno attuato policies (5) di invecchiamento attivo, producendo risultati diversi a seconda del contesto territoriale di riferimento.

Dall’analisi delle politiche per l’active ageing implementate nei diversi Paesi, è possibile constatare una varietà di aspetti utili per una comparazione tra i vari contesti, da cui emerge che:

  • I Paesi nordici, in Particolare nel Regno Unito, sono stati tra i primi, nella seconda metà degli anni Novanta, ad implementare politiche per l’invecchiamento attivo e attualmente sono al secondo o al terzo round dei loro programmi. I Paesi del centro Europa, come la Germania e Francia, hanno sì cominciato più tardi, ma hanno già all’attivo almeno un decennio di politiche, ampio coinvolgimento delle parti sociali, rimodulazione degli interventi nel corso del tempo. I Paesi meridionali o centro orientali, con politiche ancora scarse e insufficientemente efficienti, che coinvolgono tutti gli aspetti critici del sistema di protezione sociale, dalla previdenza e assistenza sociale, all’organizzazione del mercato del lavoro e del sistema produttivo della vita sociale.
  • Nelle politiche per l’implementazione dell’invecchiamento attivo, uno dei dati centrali considerato è quello della disoccupazione di lunga durata degli anziani, da cui emergono diversi orientamenti contestualizzati allo Stato Membro considerato.
  • Un’altra questione riguarda la differenza degli approcci, in parte motivata dai differenti contesti sociali e culturali e dalle diverse tradizioni dei modelli di regolazione: i paesi nordici (in particolare il Regno Unito), hanno usato strategie maggiormente improntati su campagne di sensibilizzazioni e codici di condotta nonché su significative politiche di sussidio e/o sgravio fiscale (nei paesi scandinavi) che privilegiano programmi comprehensive (6). Anche in tema di occupazione, tali politiche utilizzano un’ampia gamma di strumenti: dalle politiche di pensionamento agli incentivi al lavoro, dalla formazione professionale al miglioramento delle condizioni di lavoro, dalle campagne di sensibilizzazione per il cambiamento alla rappresentazione dell’anziano.  Nella stessa direzione si muovono le indicazioni di organismi internazionali, non solo europei: dall’OCSE all’OIL, che sottolineano infatti la necessità di superare un approccio strettamente normativo, incentrato sulla modifica di regole pensionistiche e sulle misure legali antidiscriminatorie, e l’importanza invece di lavorare sulla cultura e sui comportamenti, attivando, per quanto possibile, la partecipazione degli anziani nella definizione di interventi specifici. Altri Paesi come Francia, Belgio e Germania, privilegiano invece un approccio più normativo: la prima implementa una strategia principalmente basata su interventi “di legge”, mentre l’ultima su interventi decentrati, delegati alle parti sociali, e, soprattutto, realizzati nei luoghi di lavoro.

Oscar Green 2014: innovare in agricoltura

Si è conclusa l’edizione 2014 dell’Oscar Green, il premio organizzato da Coldiretti Giovani Impresa che mira a valorizzare l’innovazione in agricoltura. Sei le categorie previste per l’edizione del 2014: stile e cultura d’impresa, non solo agricoltura, esportare il territorio, in-filiera, campagna amica e ideando, cui si aggiunge la menzione speciale “paese amico”.
Il concorso, aperto a tutti gli imprenditori agricoli e agroalimentari, ha rappresentato un’occasione per ricordare ancora una volta l’importanza della green economy come motore per lo sviluppo sostenibile utile a muovere i primi passi oltre la crisi economico-finanziaria e ridare competitività al Paese.
Per conoscere tutti i vincitori e scoprire le iniziative attivate è possibile visitare la pagina web dedicata. http://www.oscargreen.it/

Garanzia Giovani: criticità e sfide a sei mesi dal via

Sono passati sei mesi dall’avvio del Programma Garanzia Giovani che mira a ridurre i tassi di disoccupazione giovanile nei Paesi dell’Unione Europea: la situazione sembrerebbe rimanere drammatica e allarmante con punte nei tassi di disoccupazione degli under 29 che non riescono a scendere sotto la soglia del 40% nel nostro Paese. Consapevoli del fatto che il Programma Europeo richieda tempo per produrre i primi risultati incoraggianti, appare necessario cercare di comprendere ed evidenziare alcune non trascurabili sfide da affrontare per una sua piena attuazione.

Al 30 ottobre 2014 sono 273.124 i giovani italiani iscritti al Programma: numero in costante crescita se si considera che anche solo rispetto alla settimana precedente gli iscritti sono aumentati di circa 10.000 unità. Quasi il 30% di questi (76.003 ragazzi) risulta preso in carico e profilato. Osservando la figura sottostante, che evidenzia le differenti fasi che portano all’individuazione della misura occupazionale più consona per il giovane incluso nel Programma, si nota subito come a sei mesi dall’attivazione ci si collochi ancora alle fasi immediatamente successive all’accoglienza del disoccupato, che non risulta pertanto ancora posizionato nel mercato del lavoro. Sembrerebbe quindi emergere un certo ritardo nell’attivazione delle misure di consulenza orientativa e di accompagnamento al lavoro degli iscritti, attività da porre in essere entro 4 mesi dalla data della richiesta di adesione del giovane al Programma.

Fonte: www.garanziagiovani.gov.it

Osservando poi il rapporto tra le richieste effettuate e le posizioni occupazionali al momento disponibili emerge uno squilibrio molto marcato tra domanda e offerta di lavoro pendente decisamente dal lato della domanda. Su 273.124 giovani iscritti in cerca di lavoro, sono 29.229 le posizioni aperte proposte: poco più di un posto di lavoro ogni dieci iscritti. Relativamente alla collocazione geografica, inoltre, emerge come maggiori iscritti provengano da quelle Regioni in cui minori sono le occasioni di lavoro offerte. Il 14,6% del totale degli iscritti infatti proviene dalla Regione Sicilia e il 13,7% in Regione Campania, valori superiori al doppio delle medie di tutte le altre singole regioni italiane, mentre le occasioni di lavoro si collocano per il 71,7% nel Nord del Paese. Altra criticità potrebbe ricollegarsi, come già accennato in precedente testo, all’affidamento del ruolo centrale nell’implementazione della Garanzia ai Centri per l’Impiego che sempre più difficilmente riescono a fungere da canale privilegiato per l’intermediazione tra domanda e offerta e il collocamento, o il riposizionamento, nel mercato del lavoro. Con i suoi 7.500 dipendenti totali distribuiti in 545 uffici su tutto il territorio nazionale, il sistema italiano dei centri per l’impiego sembra collocare meno di 3 giovani su 100 con una flessione verso il basso se si osservano i dati relativi al 2012 (ultimi dati disponibili) rispetto al 2011.

Figura 2 – Lavoratori selezionati tramite il Centro per l’Impiego, Anni 2011-2012

garanzia giovani

Fonte: Elaborazione su dati del sistema informativo Excelsior

Secondo quanto sostenuto dall’Unione delle Province Italiane, i tagli conseguenti alla Legge Finanziaria per il 2015 potrebbero comportare una riduzione pari ad oltre il 50% delle risorse provinciali, implicando un ridimensionamento nella spesa per il sostenimento di servizi gestiti a tale livello tra cui, ad esempio, la formazione professionale e i Centri per l’Impiego stessi. In attesa di un quadro maggiormente preciso e di dati più aggiornati sulla capacità di collocamento al lavoro da parte dei Centri, nonostante siano trascorsi sei mesi dall’attivazione del Programma e al di là delle sfide sin qui esposte, si individuano tutte le premesse per il concreto avvio della Garanzia Giovani con richieste di adesioni in costante aumento e, seppur non con la stessa intensità, il crescente inserimento nel portale di occasioni di lavoro.

L’indirizzo politico europeo nei servizi pubblici per l’occupazione

Sulla base di quanto accaduto negli anni in tema di politiche del lavoro e servizi relativi all’orientamento al lavoro, si può di seguito analizzare quale indirizzo politico si prospetta all’orizzonte. Con la prospettiva orientata ad Europa 2020, la strategia da proporre prevede senz’altro un ruolo dei servizi per il lavoro decisamente nuovo e con funzioni inedite. E’ inoltre palese che le sfide odierne siano esasperate a causa della grave crisi economica e di conseguenza i servizi pubblici per l’occupazione dovranno mediare tra la garanzia di risultati sostenibili e la necessità di concentrarsi maggiormente sulla domanda di lavoro, seguendo i nuovi slanci del sistema produttivo, considerando ancora di più le piccole e medie imprese che si trovano ad affrontare lo sforzo della crescita e dell’innovazione, con evidenti difficoltà di reclutamento.

La Formula  “rendere le transizioni convenienti”,  proposto come parere dall’EMCO, chiarisce quali sono i principi comunitari, per sollecitare le istituzioni nazionali alla luce delle evidenti differenze di posizioni e di assetti dei sistemi nazionali.

Quali sono, dunque, le cruciali  “Condizioni per rendere le transizioni convenienti”?

  • Trasparenza del mercato del lavoro e accessibilità delle informazioni per tutti, che consentano alle persone di operare scelte consapevoli riguardo a formazione, ricerca di un lavoro e carriera;
  • Opportunità di formazione per tutti, incluse le persone scarsamente qualificate, che favoriscano l’acquisizione delle giuste competenze e progressi nella vita lavorativa;
  • L’offerta di formazione deve inoltre rispondere alle necessità del mercato del lavoro, essere tempestiva, efficiente, di facile accesso, pertinente e di qualità;
  • Organizzazione del lavoro flessibile in grado di soddisfare rapidamente le necessità di produzione e consentire la conciliazione delle responsabilità professionali e private dei lavoratori;
  • Diritti sociali garantiti e adeguati durante i periodi di transizione, che creino fiducia nell’entrare e uscire dal lavoro e fungano da trampolino per l’impiego, il reimpiego e il lavoro autonomo;
  • Servizi accessibili di intermediazione e di orientamento professionale, incluso l’accesso per tutti alle offerte di lavoro pubblicate nell’intera Unione europea;
  • Progresso dei lavoratori verso posti di lavoro dignitosi e di qualità, quale importante principio per un’attivazione efficace;
  • Queste condizioni dovrebbero essere assicurate attraverso una connessione tra flessibilità e sicurezza, combattendo la disoccupazione, l’inattività e la precarietà.

Per raggiungere i succitati obiettivi è necessario che i servizi pubblici dell’occupazione collaborino strettamente e continuamente con la folta rete di operatori privati attivi anche nell’istruzione e nella formazione professionale. Priorità hanno quindi i risultati sostenibili che riguarderanno il rapporto stretto dei servizi per il lavoro all’interno del sistema produttivo. Si darà priorità a salvaguardare la tutela del reddito e i posti di lavoro, assicurando inoltre i diritti e i doveri dei disoccupati.  Quest’ultima caratteristica riguarda essenzialmente la nuova sfida dei servizi per il lavoro pubblici.

Emerge inoltre la visione dei servizi per il lavoro come “Hub del territorio”*, in cui convergano le esigenze del lavoratore e della domanda di lavoro. Per fare ciò devono porsi i seguenti obiettivi:

  • garantire la trasparenza del mercato del lavoro con elementi funzionali alla programmazione territoriale;
  • garantire sia ai cittadini che ai datori di lavoro servizi adeguati che passino per le nuove tecnologie interattive;
  • promuovere la cooperazione con gli altri operatori del mercato del lavoro con partenariati utili alle politiche del lavoro ed alle esigenze del mercato del lavoro.

Le evoluzioni che la strategia “Europa 2020” propone, dovranno inevitabilmente affrontare un processo graduale che dovrà passare e maturare tra operatori pubblici e operatori privati, con le agenzie di intermediazione e formazione, incentivando gli strumenti di tecnologie interattive.

Istituti Tecnici Superiori: disciplina e monitoraggio

Gli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono da considerare la prima esperienza italiana di una offerta formativa terziaria, rappresentanti il collegamento tra la scuola e il mondo del lavoro. Nati per formare profili tecnici superiori in aree strategiche sia per lo sviluppo economico sia per la competitività del nostro paese, gli ITS sono qualificati come Istituti ad alta specializzazione tecnologica.

Rispondono a quella che dovrebbe essere la domanda delle imprese, riferita a nuove ed elevate specifiche competenze tecniche. Il contesto normativo, in cui hanno preso piede gli ITS, fa riferimento alla Legge finanziaria del 2007 (Legge n.296/2006)  e al D.P.C.M 25 gennaio 2008, emanato ai sensi dell’ Art 1 comma 631, della Legge 296/2006. Quest’ultima indirizzata ad adottare le Linee guida per la riorganizzazione del sistema e la costituzione degli ITS, al fine di rilanciare il sistema economico nazionale.

Sono tre i punti di partenza di questa riorganizzazione:

  • offerta formativa e programmi di attività realizzati dagli Istituti Tecnici Superiori (ITS),
  • percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS),
  • misure per facilitare lo sviluppo dei poli tecnico-professionali.

Con la legge 2012, n. 35 sono state previste ulteriori misure di semplificazione e di promozione dell’istruzione tecnico professionale e degli Istituti Tecnici Superiori, raccordando i sistemi di istruzione, formazione e lavoro con le misure di sviluppo economico del Paese. Il decreto interministeriale 7 febbraio 2013, emanato, di concerto tra MIUR, MLPS, MISE e MEF ha consolidato l’intesa tra ITS , imprese e centri di formazione professionale. A partire dal 2013 i percorsi degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono diventati stabili.

Con l’accordo siglato in data 6 agosto 2014 in Conferenza Unificata tra il MIUR e le Regioni, è stato deciso che a partire dall’anno scolastico 2014-2015 saranno misurate l’efficienza e l’efficacia dei risultati, e i fondi verranno distribuiti non più a pioggia ma in base ai traguardi raggiunti. La valutazione e il merito entrano dunque negli ITS. Come funziona tale meccanismo? Il principio di base può essere sintetizzato con “più è efficiente (ed efficace) il servizio di placement più fondi saranno destinati all’istituto”.

Gli ITS istituiti sono 74, di diverso livello, con più specifiche conoscenze culturali coniugate con una formazione tecnica e professionale approfondita e mirata, proveniente dal mondo del lavoro pubblico e privato:

  • 30 nell’area delle nuove tecnologie per il made in Italy;
  • 12 nell’area della mobilità sostenibile;
  • 11 nell’area dell’efficienza energetica;
  • 9 nell’area delle tecnologie innovative per i beni e le attività culturali;
  • 7 nell’area delle tecnologie della informazione e della comunicazione;
  • 5 nell’area delle nuove tecnologie della vita.

Tali istituti comprendono circa 5.000 studenti e sono caratterizzati da una forte contaminazione tra scuola e lavoro, con il 50% delle docenze effettuate dal mondo della produzione e almeno il 30% delle ore in tirocinio attivo. Gli ITS prevedono una durata di 4 semestri (anche se con le convenzioni con le Università possono prevedere un semestre), la didattica realizzata in laboratorio e, come anticipato, i tirocini obbligatori in Italia (e all’estero). Gli ITS sono considerate esperienze innovative poiché adeguate al sistema domanda-offerta del mercato del lavoro.

Un sistema, questo, paragonabile alle Fachhocschulen tedesche, alle Scuole Universitarie Brevet Technicien Supérieur o al Diplome Universitaire de Technologie, in cui si punta a dare una formazione mirata, con più specifiche conoscenze culturali coniugate con una formazione tecnica e professionale approfondita.

IL MONITORAGGIO

Il MIUR ha deciso di monitorare l’offerta e il servizio offerto degli ITS. Il lavoro di monitoraggio è svolto dalla banca dati nazionale ITS di Indire, attraverso l’elaborazione di numerosi dati relativi agli ITS, fondamentale per capire la direzione intrapresa e i risultati ottenuti.

Secondo quanto definito nell’art.13 del DPCM 25/01/2008, presso Indire è “attivata, con l’assistenza tecnica dell’ISFOL e dell’ISTAT, la banca dati relativa al sistema di istruzione e formazione tecnica superiore sulla base dei criteri generali contenuti nell’accordo in sede di conferenza unificata il 1° agosto 2002, in modo da assicurare l’integrazione con i sistemi informativi delle Regioni”.

Tale banca dati raccoglie ad oggi l’offerta e le attività dei percorsi ITS a livello territoriale, contribuendo attraverso l’attività di monitoraggio, ad un miglioramento continuo del sistema.

Nello specifico la presente banca dati  si occupa di:

  • documentare le attività degli ITS al fine di rilevare le specificità delle pratiche realizzate a livello locale e regionale
  • rendere disponibili e pubblicizzare le informazioni nell’ottica di orientare potenziali candidati
  • cogliere la dimensione storica del fenomeno rendendo fruibili i dati e le informazioni di monitoraggio
  • garantire uno studio dei modelli organizzativi e didattici praticati nei diversi ITS.

*Sveva Battistoni, Associazione Nuovi Lavori

Istituti Tecnici Superiori: l’indagine e le prime valutazioni

Gli Istituti Tecnici Superiori (I.T.S.) sono “scuole speciali di tecnologia”, ovvero scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica, che costituiscono un canale formativo di livello post-secondario, parallelo ai percorsi accademici, nato per rispondere ai fabbisogni delle imprese. I dati del monitoraggio del MIUR sugli esiti occupazionali dei primi percorsi ITS disegnano un quadro composto (al 30 settembre 2014) da 74 ITS distribuiti eterogeneamente sul territorio nazionale (39 nel Nord del Paese, 14 al Centro, 15 al Sud e 6 sulle Isole), distinti in 6 aree tecnologiche a loro volta suddivise in differenti ambiti.

Nel primo biennio di attivazione, i dati del monitoraggio sugli esiti occupazionali dei primi diplomati nei percorsi ITS diffusi dal MIUR (dati al 31 ottobre 2013), evidenziano una buona performance con una percentuale di occupati sul totale dei diplomati pari al 59,5%.

Al fine di tenere sotto controllo alcune variabili di tipo quanti-qualitativo è stato costituito l’Osservatorio sulla costituzione degli ITS e dei Poli tecnico-professionali attivato dal Cnos con la collaborazione del Censis. Tale Osservatorio opera attraverso la somministrazione di un questionario strutturato a tutte le Fondazioni ITS attive nell’intento di mettere in luce punti di forza, criticità, ma anche prospettive future. L’Osservatorio ha realizzato un lavoro di ricerca con la finalità di approfondire le informazioni raccolte mediante un’indagine essenzialmente qualitativa utile nell’acquisire elementi conoscitivi utili, da un lato, a potenziare il ruolo del CNOS-FAP nell’ambito della formazione superiore e, dall’altro, a rafforzare l’incontro tra domanda ed offerta formativa e verificare l’efficacia dei percorsi in termini di placement.

L’approfondimento è consistito nella realizzazione di diverse indagini quanti – qualitative che hanno visto il coinvolgimento di alcune Fondazioni ITS, diplomati e aziende.

Sul versante delle Fondazioni, hanno partecipato all’indagine 41 Fondazioni ITS, per un totale di 52 percorsi, di cui 50  conclusi al momento della rilevazione e per 45 dei quali è stata realizzata una ricognizione degli esiti occupazionali. Le aree più rappresentate sono quelle del Made in Italy (sistema meccanica e sistema agroalimentare), della mobilità sostenibile e dell’efficienza energetica che insieme assorbono il 48,8% degli ITS coinvolti.

Del totale degli intervistati, è il 76,7% dei diplomati a risultare occupato, contro il 14,6% disoccupato o in cerca di prima occupazione, il 5,2% ha proseguito gli studi (il 3,8% all’università, mentre l’1,3% in un altro corso non universitario) e infine il 3,6% si è dichiarato inattivo. Gli occupati sono assunti nel 35,9% dei casi con contratto a tempo determinato, nell’8,7%  dei casi svolgono una collaborazione a progetto  o sono inseriti in un percorso di apprendistato (8,7%), mentre (a pari valore) svolge un tirocinio o uno stage retribuito l’8,9%. Distinguendo per area territoriale, le differenze più elevate nell’incidenza delle tipologie contrattuali, si riscontrano tra le assunzioni a tempo indeterminato che raggiungono il massimo del 28,6% al Nord, il 26,1% al Sud e sulle Isole, contro un decisamente inferiore 7,8% al Centro che predilige invece stage e tirocini (forma contrattuale prescelta nel 24,3% dei casi contro il 5,7% del Nord e il 2,7% del Sud). Quasi la metà dei diplomati lavora nelle imprese in cui ha effettuato lo stage (46,1%) o che fanno parte del partenariato della Fondazione (4,3%) o svolge comunque un lavoro coerente con il titolo conseguito (33,5%). Scende invece al 13,7% la quota di coloro che sono occupati in un settore diverso.

Esiti occupazionali positivi a cui corrisponde anche un livello medio-alto di soddisfazione da parte dei referenti degli ITS: solo il 12,2% dichiara infatti di essere poco soddisfatto dell’esito occupazionale raggiunto. Tra le motivazioni di una così elevata soddisfazione, rientrano la considerazione degli ITS come un’esperienza nuova e poco conosciuta dal tessuto produttivo, con profili formati aderenti alle esigenze delle imprese e in molti casi la registrazione di un crescente interesse dalle imprese stesse.

Tra le attività che risultano dover essere potenziate rientra il rafforzamento delle relazioni con le imprese del territorio e un miglioramento e un’istituzionalizzazione del servizio di orientamento e di placement (ex post), anche attraverso la collaborazione dei servizi per l’impiego.

Rispetto invece al versante dei diplomati hanno partecipato all’indagine un totale di 518 diplomati di cui il 21% nelle nuove tecnologie per il Made in Italy – sistema meccanica -, il 20,7% nell’area delle tecnologie della vita e il 12,7% nell’efficienza energetica. Si collocano soprattutto nel Nord Italia (25,9% nel Nord Ovest e 26,6% nel Nord Est), hanno tra i 21 e i 23 anni (il 56,6% dei diplomati), sono principalmente di genere maschile (76,1%) e sono rimasti territorialmente piuttosto stanziali (il 30,3% dei diplomati ha frequentato ITS nello stesso Comune di residenza, il 39,2% nella stessa Provincia).

Nel 29,9% dei casi la scelta di un ITS è motivata dalla possibilità di trovare un lavoro, per il 19,9% in quanto naturale prosecuzione del proprio percorso di istruzione, seguito da un 18,4% per cui è considerato un aggiornamento delle proprie conoscenze.

A conclusione del percorso, l’82,4% dei diplomati  registra una soddisfazione generale elevata o buona e il 93,3% degli intervistati dichiara di aver riscontrato una rispondenza alle aspettative (seppur parziale per il 68,9% degli intervistati), di aver acquisito competenze tecnico professionali (61,9%), di aver aumentato la capacità di rapportarsi con gli altri (59,7%), di aver aumentato le opportunità di trovare lavoro (48,5%) e di aver pienamente (30%) o quasi pienamente (60,7%) raggiunto gli obiettivi del percorso.

Sotto l’aspetto organizzativo quasi i due terzi dei diplomati ha espresso una buona o ottima valutazione per l’organizzazione della didattica e l’assistenza ricevuta, anche se solo il 41,6% di essi ha poi ricevuto assistenza ex post per la ricerca del lavoro. Risulta essere proprio quest’ultimo, infatti, il principale aspetto da migliorare (indicato dal 56% degli intervistati).

Rispetto agli esiti occupazionali, se al momento della frequenza al percorso ITS la maggior parte degli intervistati risultava essere in cerca di prima occupazione (52,7%) o disoccupato (15,8%), al momento dell’intervista, ovvero successivamente al diploma, scende al 36,1% il totale di coloro che sono in cerca di occupazione contro a un 54,8% di diplomati occupati (seppur principalmente con contratti a tempo determinato o apprendistato). L’utilità e l’efficacia del percorso ITS nell’aumento delle opportunità occupazionali si coglie analizzando i dati relativi all’azienda per cui si lavora: il 43,3% dei diplomati lavora per l’azienda in cui ha effettuato lo stage previsto dal percorso, il 5,6% per un’azienda facente parte del circuito della Fondazione ITS presso cui ha frequentato il corso, il 32,7% presso altra azienda che opera comunque in un settore coerente. In linea generale l’88,2% dei rispondenti mostra una buona o ottima soddisfazione per il lavoro svolto.

L’indagine si chiude con il parere di alcune imprese che hanno accolto gli studenti in stage: tutte hanno registrato un’esperienza positiva, assumendone molti alla conclusione del percorso, seppur con contratti a tempo, non evidenziando particolari criticità degli ITS se non la necessità di aggiornare i piani di studio di continuo per meglio adattarli alle esigenze del mercato.

Stando a quanto emerso dai primi risultati dell’indagine, sembrerebbe che i percorsi ITS si stiano configurando come un’utile strategia di placement, fortemente orientati al mondo imprenditoriale e alle innovazioni tecnologiche, in grado di anticipare i fabbisogni delle imprese stesse.

*Sergio Vistarini, Fondazione Censis

TFR tra rendimenti e tassazioni. Cosa conviene?

Rendimenti in crescita per i fondi chiusi

Malgrado il ritocco (scattato il 24 giugno scorso) nella tassazione sulle performance, passata dall’11% all’ 11,5%, la previdenza integrativa conferma il suo andamento positivo. E anche nel medio termine vince sul Tfr: fra il primo gennaio 2000 e il 30 settembre 2014, tutti i tre fondi chiusi maggiori esistenti, all’inizio del periodo considerato, hanno battuto nettamente il 47,5% della liquidazione. Il migliore è stato Fondenergia (energia e petrolio) con il 68,1%, seguito da Cometa (industria metalmeccanica e orafa) con il 61,5% e da Fonchim (chimica e farmaceutica) con il 59,5%.

In linea generale, la liquidazione in azienda ha offerto l’1% contro il 6% delle casse nonostante l’aumento della tassazione.

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